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Martedì pomeriggio, 28 ottobre 2003, l'Assemblea Straordinaria
dei Soci di Carrozzeria Autodromo Modena scarl ha deliberato la liquidazione
volontaria della cooperativa.Il fatto è doloroso. Non solo perché
sta "oscurandosi" uno storico "marchio", vanto della
cooperazione industriale, ma perché rischia di disperdersi un patrimonio
di professionalità, di sapere e di tecnologia che ha rappresentato
un esempio concreto della capacità costruttiva modenese.Per decenni,
infatti, un Davide produttivo e finanziario modenese, proprio per la sua
vocazione alla ricerca e all'innovazione di prodotto, è riuscito
a competere coi grandi Golia italiani ed europei ritagliandosi uno spazio
(anche del 15%) in un mercato difficile.
D'altra parte, di sfide difficili Carrozzeria Autodromo ne aveva superate
parecchie, a partire dalla nascita, avvenuta il 30 aprile 1949. Allora,
in povertà di mezzi e di strumenti, decine di operai e di tecnici,
espulsi dal lavoro dopo una serrata delle Officine Padane, si associarono
in impresa: nacque così Cooperativa Carrozzai Modenesi, in due
vecchi capannoni in zona Cittadella, ma a due passi dalla Modena a quattro
ruote. Ci riferiamo all'Autodromo, o, per meglio dire, l'Aerautodromo,
un luogo simbolo pensato da Orsi e da Ferrari per promuovere le macchine
da corsa. E la corsa della cooperativa fu felice anche nella nuova sede
di Via Emilio Po (1961), nel primo Villaggio Artigiano della Madonnina,
ancora a pochi passi da quell'autodromo da cui prese il "marchio"
con cui firmare i propri prodotti e con cui essere conosciuta.Producendo
"veicoli speciali", poi autobus urbani, extraurbani, filobus
e minibus, in pochi decenni la cooperativa è diventata punto di
riferimento del trasporto pubblico collettivo, creando ricchezza e occupazione
nel territorio.Altra sfida difficile a metà degli anni '80, superata
con flessibilità e novità di idee. Ne è stato simbolo
un prodotto "ambientalista" di successo: Pollicino. Nei primi
anni '90 Carrozzeria Autodromo, con la sua progettualità, è
riuscita ad attraversare anche il primo grande "tunnel" dell'industria
italiana degli autobus: una crisi che, a seguito del blocco dei finanziamenti
pubblici, "spazzò via" metà aziende costruttrici
nazionali riducendo l'occupazione da 15.000 a meno di 10.000 addetti.
Anzi, la crisi si è trasformata in leva di rilancio per l'"Autodromo".
Le sue soluzioni innovative per la mobilità urbana (ricordiamo
almeno Bassotto, la gamma degli Alè e Tango, ultimo progetto) la
resero leader di mercato per tutto gli anni '90 nel segmento degli autobus
urbani lunghi e corti, con una crescita notevole di fatturati e occupazione,
fino a 145 unità direttamente occupate. Poi, improvvisa e non annunciata,
una nuova crisi nazionale di ordinativi, denunciata dall'ANFIA (Associazione
Industrie Automobilistiche/ Confindustria) ai pubblici poteri come "crisi
di tutto il settore", che, stavolta, a differenza di quella avvenuta
all'inizio degli anni '90, potrebbe essere fatale per l'industria italiana".
Una crisi non annunciata, perché la Legge Bassanini (1997) e il
DL 422 (1998) avevano posto le basi di una riforma del trasporto pubblico
locale che si prefigurava dinamica, coraggiosa e innovativa: una riforma
che, invece, si è sviluppata in una lunga serie di problematiche
di tipo amministrativo (fra le Istituzioni competenti) e di mercato (per
le aziende del trasporto locale). In questi ultimi anni, insomma, l'obiettivo
di aprire il trasporto locale al mercato è fallito: di gare per
l'assegnazione dei servizi se ne sono fatte poche, e buona parte di queste
sono andate deserte in quanto basate su condizioni ritenute non accettabili
da parte delle aziende di trasporto. Tutti gli operatori, pubblici o privati,
si trovano ancora in situazione di profonda incertezza, in quanto non
sanno se vinceranno la gara per l'aggiudicazione del servizio e quindi
se avranno una rete da gestire. In questo clima di attesa, le aziende
di trasporto locale non sono in grado di realizzare gli acquisti di nuovi
autobus che, per loro natura, richiedono prospettive pluriennali. Da ormai
tre anni, gli ordinativi di nuovi autobus coprono appena un terzo della
potenzialità produttiva del comparto industriale, mentre le previsioni
di nuove gare tendono a zero.Da qui una crisi senza precedenti e paradossale:
paradossale in quanto le risorse stanziate dal Ministero dei Trasporti
per il rinnovo dell'obsoleto parco autobus nazionale sono da tempo disponibili
presso le Regioni, ma anche laddove sono state trasferite non sono state
ancora utilizzate. Più chiaramente, è l'andamento delle
immatricolazioni ad evidenziare la pesantissima caduta della domanda:
3.000 autobus ordinati nel 2000, 1.032 nel 2001, 1.389 nel 2002 e appena
un migliaio quest'anno. E sono forti i timori anche per il 2004 e 2005.
Tutti livelli insostenibili per una industria nazionale dimensionata per
produrre almeno quei 3.000-3.500 autobus di linea all'anno che nel piano
nazionale dei trasporti erano previsti. Come ha cercato Carrozzeria Autodromo
di superare questa crisi? Con le uniche armi possibili. Innovando e investendo
nello sviluppo del prodotto. Adottando misure sia nell'ambito della riorganizzazione
aziendale che del riassetto finanziario. Rinnovando esistenti intese produttive
e perseguendone di nuove con grandi gruppi europei. In tutto questo sforzo
della dirigenza aziendale di "Autodromo" la posizione del sistema
creditizio locale è stato collaborativo. Poche, però, le
gare di questi ultimi anni e tutte al massimo ribasso. Oggi a reggere
sono solo i grandi gruppi: quelli con alle spalle considerevoli polmoni
finanziari, pubblici e privati, capaci di assorbire le pesantissime perdite
in attesa del rilancio del mercato. In queste condizioni per Carrozzeria
Autodromo Modena la competizione è diventata impari e insostenibile.
Da qui una resa dolorosa che scaturisce dal contesto sfavorevole della
domanda e dell'offerta.
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